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18 mag 2026

Émile Chanoux, il martire che parla ancora

di Luciano Caveri

Quale è il miglior modo per onorare, nel giorno della sua morte come oggi nel 1944, il martire valdostano Émile Chanoux?

Intanto ricordando il significato profondo della parola ”martire”. La parola martire deriva dal greco μάρτυς (mártys), che significa letteralmente “testimone”.

Nel contesto originario cristiano, indicava chi testimoniava la propria fede fino al punto di accettare la morte pur di non rinnegare le proprie credenze.

Il martire non separa ciò che crede da ciò che vive. Questa integrità totale ha una forza persuasiva che nessun argomento logico da solo può eguagliare.

Ripeto: il martire è prima di tutto un testimone. La sua morte non è sconfitta, ma la prova più estrema e credibile di ciò che afferma.

Chi uccide il martire pensando di eliminarlo, spesso ne moltiplica l’influenza. Il sangue del martire, come diceva Tertulliano, è “seme di cristiani”. Così anche in politica.

La memoria del martire sopravvive ai regimi, alle persecuzioni, alle istituzioni che lo hanno condannato. È una forza che cresce post-mortem e il caso di Chanoux è stato esemplare. In sintesi, la forza del martire sta nell’aver trasformato la sconfitta apparente in vittoria simbolica, rendendo la propria morte il messaggio più potente della propria vita.

La sua capacità di sopportare l'interrogatorio per salvaguardare la rete della Resistenza valdostana è vista come l'atto supremo di fedeltà al suo popolo. La ferocia fascista è stata dettata dalla rabbia, che ha significato per Chanoux una morte sacrificale per la ”sua” Valle d’Aosta, che amava e per la quale aveva scelto prima il proselitismo politico antifascista specie verso i giovani e poi la Resistenza come arma di riscatto del suo popolo.

Per Chanoux, il federalismo come democrazia esemplare, la difesa della lingua francese, il particolarismo alpino erano irrinunciabili.

Gli storici sottolineano come la sua morte abbia sancito il legame indissolubile tra antifascismo e autonomismo. Senza il suo sacrificio, l'autonomia valdostana nel dopoguerra avrebbe forse avuto meno forza morale nel pretendere uno Statuto Speciale.

Su quelle basi nacque l’Union Valdôtaine che riprese la sua fiaccola ben prima che ci fosse un riconoscimento collettivo del pensiero chanousiano.

Certamente il suo esempio e la sua capacità di visione hanno consentito di considerare il suo insegnamento come un insieme di idee e valori, che indicano un'idea di civiltà. Chanoux ha dato con l’offerta della sua vita una legittimazione etica alla Valle d'Aosta quale riferimento morale perenne.

Ma non ho risposto alla domanda iniziale.

Il ricordo, la memoria, il lutto, la coerenza e altri atteggiamenti sono un dovere. Ma non bastano.

Se esiste un fil rouge forte, sta nell’usare quel patrimonio per riflettere oggi sulla nostra Autonomia, con le sue luci e le sue ombre.

Dare contemporaneità agli insegnamenti significa lavorare sul presente e sul futuro per capire cosa fare e dove andare perché il passato aiuta ma non sostituisce quel che è e sarà.

Si dice in latino Hinc et nunc L’espressione si traduce letteralmente: ”Da qui e ora” oppure “Qui e adesso”.

È una variante rafforzata della più comune espressione “hic et nunc” (qui e ora), con cui a volte si alterna o si confonde. La differenza sottile è che hinc suggerisce un senso più dinamico, di movimento a partire da un punto, mentre hic indica semplicemente la posizione statica.

Chiaro? Lo slancio del passato, il radicamento nel presente, la corsa verso il futuro.

Questo penso che Chanoux potrebbe pensare, guardando alla Valle d’Aosta di oggi e valutando il nostro stato di salute e la corrispondenza della realtà con le tante speranze di cui scriveva.

Ci chiederebbe di non fermarci, di non accontentarci, di essere degni, di pensare, di progettare, di fare.