Quando portai i miei figli in visita a Barcellona, città intrisa di una straordinaria cultura e di un popolo in cammino lungo la "Rambla" (secondo García Lorca «l'unica strada al mondo che non vorrei finisse mai»), ho ricordai loro l'antica l'aspirazione della Catalogna ad una piena libertà.
Molte volte ho discusso con gli autonomisti catalani in visita da loro o in incontri a Bruxelles, che per tradizione storica e "impronta" culturale e giuridica sono piuttosto sospettosi verso il federalismo, delle loro reali intenzioni. Nella gran parte dei casi, la logica era quella di vedere nella piena indipendenza il punto d'arrivo.
Il leader catalano, Jordi Pujol, che in pieno franchismo venne in Valle d’Aosta in viaggio di nozze per conoscere il nostro Statuto d'Autonomia direttamente da mio zio, Séverin Caveri, ha detto una frase molto bella: ”Per Paesi come il nostro, l'isolamento è una grande tentazione. Peccato che non porti da nessuna parte, come dimostra anche la nostra storia, intrecciata a tre grandi culture, la cristiana, l'ebraica, l'islamica. Per questo mi sforzo di riconoscere nella globalizzazione non soltanto i rischi, com'è facile, ma anche le grandi possibilità”.
Ci pensavo in queste ore con Papa Leone XIV che ha finalmente concluso la secolare costruzione della Sagrada Família, che iniziò nel 1882. Solo un anno dopo Antoni Gaudí ne assunse la direzione — aveva appena 31 anni — e trasformò radicalmente il progetto originale neogotico in qualcosa di completamente personale e rivoluzionario.
Una cattedrale che è un’opera d’arte vivente, un’esplosione organica di forme che sfida ogni convenzione architettonica. È un edificio che sembra respirare, un inno alla natura come creazione divina, dove Gaudí ha fuso gotico, Art Nouveau e modernismo catalano in qualcosa di unico e ipnotico.
Gaudí dedicò 43 anni della sua vita al cantiere, rinunciando a qualsiasi altro incarico. Quando morì nel 1926, investito da un tram a Barcellona, la basilica era completata solo in minima parte.
Sapeva che non avrebbe mai visto il termine dell’opera: disse che “il mio cliente non ha fretta”, riferendosi a Dio.
Il suo profilo personale è interessante e mi aveva interessato già durante le prime visite, spesso coincidenti con le vicende più drammatiche della repressione spagnola, se e quanto Guadì fosse stato un indipendentista ante litteram.
Direi che la parola indipendentista sarebbe sbagliata, perché l'idea di indipendenza della Catalogna dei primi del Novecento non coincideva esattamente con i parametri politici attuali. Infatti, I primi veri movimenti indipendentisti radicali e insorti nacquero negli anni '20, quando Gaudí era ormai un uomo anziano, quasi totalmente isolato dal mondo e interamente dedito alla preghiera e al cantiere della Sagrada Família.
Direi che Gaudí era semmai un catalanista radicale, non poteva essere un militante separatista stricto sensu, ma le sue posizioni erano così estreme sul piano culturale e identitario da sfiorare l'indipendentismo concettuale, restando nell’alveo di un autonomismo concreto.
Per Gaudí, la Catalogna non era una regione della Spagna, ma una nazione completa, distinta e superiore per sensibilità artistica e spirituale, grazie alle sue radici mediterranee. Egli riteneva che il popolo catalano avesse una plasticità e una comprensione della natura uniche, ereditate dai greci e dai romani, che i popoli della Meseta castigliana non potevano comprendere.
Più che un progetto di secessione statale (che all'epoca era un'opzione minoritaria e non strutturata in partiti di massa), Gaudí praticava una forma di indipendenza quotidiana e assoluta dello spirito.
Gaudí parlava esclusivamente in catalano. Lo faceva con gli operai, con gli amici, ma anche con le autorità, con i visitatori stranieri (anche quando sapeva che non lo capivano) e persino con il re di Spagna, Alfonso XIII, durante le sue visite ai cantieri. Non era solo una scelta linguistica, era un atto di sovranità personale.
Considerava le sue opere, in particolare la Sagrada Família, come l'espressione di un popolo che non doveva chiedere il permesso a Madrid per esistere e per mostrare la propria grandezza al mondo.
Riteneva la politica partitica una distrazione laica e frammentaria rispetto all'unità spirituale del popolo. Temeva di certo modelli insurrezionali (come l'irlandese) o erano legati ad ambienti repubblicani e di sinistra. Gaudí, fervente cattolico e uomo di pace, non avrebbe mai appoggiato la violenza o l'anticlericalismo.
L'episodio del suo arresto nel 1924, sotto la dittatura di Primo de Rivera (che aveva proibito l'uso pubblico del catalano e i simboli nazionali), dimostra che, sebbene non fosse un politico, il suo catalanismo era tutt'altro che moderato.
Quando il poliziotto gli ordinò di parlare in spagnolo dicendogli: "La vostra lingua non mi serve", Gaudí rispose: "La mia lingua serve a me", e continuò a rivolgersi agli agenti in catalano fino all'ingresso in cella. Fu rilasciato solo dopo il pagamento di una cauzione da parte dei suoi amici.
Il suo spirito libero e l’amore per la sua Catalogna sono un esempio scolpito nella pietra della sua maestosa e geniale chiesa.