Tutti i grandi momenti conviviali del Gattopardo Giuseppe Tomasi di Lampedusa tendono a fondersi nell'immensa sequenza del ballo a Palazzo Ponteleone, diventata proverbiale non solo per la descrizione libraria ma per la trasposizione nel film di Luchino Visconti con due bellissimi attori, Alain Delon e Claudia Cardinale.
Invece, il celeberrimo gelo di melone (il tradizionale gelo di mellone o d'anguria siciliano) fa la sua trionfale comparsa proprio nel libro, durante il sontuoso pranzo organizzato nel palazzo di Donnafugata. Per capire come cambiano i tempi con medesimo fasto di recente si sono sposati in questi ambienti palermitani la popstar mondiale Dua Lipa, con l'attore britannico Callum Turner.
Torniamo al gelato e al bellissimo passaggio in cui Tomasi di Lampedusa descrive il dolce con una sensualità visiva e cromatica straordinaria: ”Alla fine del pranzo il "gelo di melone" portò nei piatti il colore dell'aurora: una trasparenza rosea striata da semenze di cioccolatte e profumata di gelsomino; fragrante, freddo, era il degno suggello di un pranzo che l'abilità di monsù Gaston aveva reso memorabile...”.
È divertente e molto di stagione segnalare come la paternità della nascita del gelato sia davvero contesa e intrecciata tra leggende, tradizioni antiche e innovazioni rinascimentali. Non esiste un unico inventore, ma un’evoluzione durata secoli tra culture diverse. Ecco un riassunto chiaro delle principali versioni.
Di certo Greci e Romani preparavano bevande rinfrescanti con neve, miele e frutta.Nella Bibbia si parla di latte e neve offerti ad Abramo. Vi risparmio le radici cinesi e mediorientali, ma in Sicilia spicca di certo sui dolci freddi l’influenza dell’occupazione araba. Questi all’inizio erano più “bevande ghiacciate” o sorbetti.
Questo avveniva anche sulle Alpi, compresa la Valle d’Aosta, fin dal Medioevo (e in alcuni casi probabilmente già in epoca romana). Si raccoglievano neve e ghiaccio durante l’inverno, conservandosi in neviere o ghiacciaie naturali (come da noi nella Borna da ghiasa di Emarèse) e poi li si utilizzavano per conservare gli alimenti, raffreddare il vino e preparare bevande. Questa disponibilità di prodotti gelati rese possibile anche la preparazione di sorbetti primitivi. Tuttavia, parlare di “gelato medievale” sarebbe improprio.
Il gelato “moderno” nasce a Firenze e la Sicilia con la trasformazione dei i sorbetti in gelato cremoso. Fra gli inventori Bernardo Buontalenti (Firenze, XVI secolo): architetto, artista e ingegnere alla corte dei Medici.
Spicca poi il siciliano Francesco Procopio dei Coltelli, che nel 1686 aprì il celebre Café Le Procope a Parigi e perfezionò la ricetta con zucchero di canna, frutta e ghiaccio, rendendolo popolare in Europa. Molti lo considerano il “padre” del gelato commerciale. Ho ascoltato l’altro giorno una radio francese che ricordava questa vicenda, ma non citando l’inventore siciliano…
Attenzione, però, emerge anche una tradizione tutta alpina e che spiega la presenza di tanti gelatai (o famiglie di origine) dal Trentino (e più in generale dal Triveneto). Deriva da una lunga tradizione di emigrazione stagionale dalle zone alpine, soprattutto a partire dalla seconda metà dell’Ottocento.
Le valli trentine e altoatesine (ma soprattutto quelle vicine del Bellunese come Val di Zoldo e Cadore) erano povere, montuose, con economie basate su agricoltura di sussistenza, miniere e boschi. Molti giovani (spesso intere famiglie) partivano in primavera per aprire o gestire gelaterie ambulanti o fisse in città più ricche: prima nell’Impero Austro-Ungarico (Austria, Germania, Europa centrale), poi in tutta Europa e oltre. Perché proprio il gelato? Nelle Dolomiti c’erano materie prime eccellenti (latte, panna, uova, frutti di bosco) e tanto ghiaccio naturale (grotte, nevai, acqua fredda di torrenti) per conservare e produrre gelato artigianale. Le famiglie tramandavano ricette e tecniche di padre in figlio. Questo modello ha creato vere “dinastie” di gelatai. Oggi si trovano gelaterie gestite da famiglie originarie di quelle zone delle Alpi in varie parti d’Europa e del mondo.
Dalla neve al gelato il passo non è stato breve, ma ora del tutto convincente.
Come scriveva Marcel Proust: ”Sul gelato: tutte le volte che ne prendo, sono templi, chiese, obelischi, rupi; è come una pittoresca geografia che prima ammiro, per poi convertire quei monumenti di lampone e vaniglia nella mia gola”.