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24 set 2026

I pericoli dell’”idiocrazia”

di Luciano Caveri

Sono in una fase di rodaggio, in una logica di messa a punto dei miei comportamenti.

Investito dalla rivoluzione digitale, come scosso dalla realtà, mi sono ritrovato a leggere libri molto meno voracemente di quanto abbia sempre fatto nella mia vita. Sono stato vittima di una dipendenza che rischia di essere usurante, a causa del pur straordinario mondo digitale. Capita a tutti, credo: con un telefonino in mano guardi il mondo e sei vittima di un misto fra l'essere ipnotizzato e rimbambito, se non riesci a prendere il buono, scartando i rischi.

Per questo, darsi un "modus in rebus" — una misura in ogni cosa, come dicevano i latini — mi sembra la giusta reazione.

Ci pensavo leggendo su Le Monde un articolo di Pascal Riché, che prende le mosse dal film Idiocracy (2006) di Mike Judge, una commedia inizialmente considerata — ricorda il giornalista — una «commedia molto mediocre diventata di culto per gli amanti dei b-movie».

Il termine "idiocrazia" è diventato un vero e proprio concetto dibattuto anche nelle scienze sociali, usato per descrivere, secondo l'articolo, la minaccia di «una regressione delle capacità cognitive e intellettuali degli esseri umani».

A dire il vero, la parola per esteso è più rude di quanto sembri. È una parola macedonia, nata dall'unione di due elementi: idiota, dal greco antico idiōtēs (ἰδιώτης), che in origine designava il semplice cittadino privato, ma che nel tempo ha assunto il significato di persona rozza, ignorante o priva delle competenze per partecipare alla vita pubblica; e -crazia, dal greco kratos (κράτος), il suffisso standard per indicare una forma di potere o di governo (come in democrazia, plutocrazia, teocrazia). In senso letterale, dunque, significa "governo degli idioti".

Il giornalista spiega che, sebbene nel XX secolo si sia assistito all'effetto Flynn — un aumento progressivo del QI medio dovuto a una migliore nutrizione ed educazione — studi recenti mostrano che in diversi Paesi sviluppati i punteggi medi stanno ristagnando o addirittura diminuendo. Questo avverrebbe, secondo alcuni studi, per la riduzione delle abitudini di lettura, il cambiamento dei metodi d'insegnamento e il forte aumento del tempo trascorso davanti agli schermi.

Nel film, il protagonista Joe, un cittadino qualunque del presente, si risveglia nel 2505 e diventa — proprio a causa del progressivo restringersi dell'intelligenza umana — l'uomo più intelligente della Terra, in un mondo dominato da iperconsumismo, grande volgarità e guidato da un ex wrestler come Presidente. Trump, verrebbe da dire, ha anticipato la profezia.

Riché osserva come la diffusione del digitale e dell'iperconnettività abbia dato credito a questo scenario: l'uso prolungato degli schermi ostacola la crescita dei bambini, disturba l'attenzione, riduce lo spirito critico e imbriglia l'immaginazione. E aggiunge che, mentre le innovazioni del passato — come la calcolatrice o la scrittura — sostituivano solo singole abilità fisiche o mnemoniche, l'IA solleva preoccupazioni più profonde, perché si sostituisce al ragionamento stesso.

Un recente studio, condotto da un team internazionale di matematici, fisici e neuroscienziati, ha modellizzato — racconta Le Monde — la diffusione dei grandi modelli linguistici comparandola alla dinamica di un virus. Ci sono così utenti "infetti", che passano da un uso occasionale a una vera dipendenza dall'IA. I ricercatori avvertono il rischio di «dinamiche di corsa incontrollata», che potrebbero portare a «rapidi ribaltamenti a livello di popolazione verso una dipendenza persistente, accompagnati da una brusca perdita di competenze cognitive». In sintesi: l'uso incontrollato di certi strumenti rischia di renderci rapidamente più stupidi.

Gli autori dello studio non sostengono — precisa Le Monde — di dover isolare del tutto l'IA, ma propongono un processo di «immunizzazione cognitiva»: preservare e stimolare le pratiche che tengono attiva la mente umana, vale a dire la risoluzione attiva dei problemi, la verifica delle fonti, la discussione critica, e momenti di disconnessione volontaria.

L'articolo si conclude con una riflessione aperta: questa soluzione è rassicurante, «a condizione di credere nelle capacità di autodisciplina degli esseri umani». Nel mio piccolo, ci provo.