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25 set 2026

Vediamo a colori, ma ci piace il bianco e nero

di Luciano Caveri

Basta un tramonto particolare, le sfumature delle rocce di una montagna, certe tonalità di occhi, certa vivezza nei vestiti, le nuance varie dei mari e apprezziamo la possibilità di carpire la ricchezza dei colori che possiamo vedere.

Il mondo non è colorato di per sé. Il colore che percepiamo non è una proprietà della materia, ma una costruzione del nostro cervello, che interpreta le diverse lunghezze d'onda della luce riflessa dagli oggetti. E non tutti gli animali costruiscono questa immagine allo stesso modo: la visione a colori varia enormemente lungo l'albero evolutivo.

Noi esseri umani siamo tricromatici: possediamo tre tipi di coni, ciascuno sensibile a una banda di luce diversa, che sono il rosso, il verde e il blu. Il cervello sovrappone questi tre segnali e ne ricava tutte le sfumature che siamo in grado di percepire. Questa capacità non è nata per estetica, ma per sopravvivenza. Ogni specie - che non appaia come una descrizione rozza - vede ciò che le serve per cacciare, fuggire dai predatori o trovare un partner.

Per capire la nostra straordinaria gamma di colori, prendiamo i due animali che ci sono più vicini. I cani vedono soprattutto in blu e giallo: il rosso appare loro come un grigio scuro o un marrone bordeaux, il verde come un giallo spento. In cambio hanno un campo visivo molto più ampio del nostro (circa 240° contro i nostri 180°), a scapito però della definizione dei dettagli. I gatti condividono una gamma cromatica simile, ma possiedono un'arma in più: il tapetum lucidum, uno strato riflettente dietro la retina che amplifica la poca luce disponibile e regala loro una vista crepuscolare da 6 a 8 volte superiore alla nostra.

Se il colore è il modo in cui vediamo davvero il mondo, perché fotografia, cinema e televisione sono nati in bianco e nero? Non per gusto estetico, ma per un limite tecnico. Le prime lastre e pellicole reagivano alla luce in sé, non alle diverse lunghezze d'onda in modo selettivo. Il cinema ha ereditato lo stesso vincolo. La televisione è partita in bianco e nero perché il segnale era già abbastanza complesso e bisogna avere quegli sviluppi “colorati”, di cui oggi ci stupiamo con il susseguirsi di nuove scoperte.

Anche gli schermi dei computer, e poi quelli dei telefoni, hanno seguito la stessa strada: prima fosfori o pixel monocromatici, poi la modulazione del colore. Ricordo nello stabilimento Tekdis di Chatillon, che forniva certe tecnologie per i primi telefonini, delle discussioni quando mi chiedevo quando sarebbe arrivato il colore. Mi spiegavano di quei display LCD monocromatici: i pixel potevano essere solo accesi o spenti (poi, in una fase successiva, qualche livello di grigio). Quello che dava l’impressione del verde o dell’arancione - che qualcuno ricorderà - era soprattutto la retroilluminazione elettroluminescente, o il filtro/polarizzatore del cristallo liquido.

In un certo senso è lo stesso meccanismo di cui parlavamo all’inizio: prima la tecnica impone un limite stretto (monocromia + una sola tinta di luce), poi quel limite diventa uno stile, e solo dopo arriva l’abbondanza del colore.

Eppure, nonostante il colore abbia vinto la partita tecnologica da decenni, il bianco e nero resta un territorio privilegiato in fotografia e nel cinema torna periodicamente come scelta consapevole. Il colore porta con sé una quantità enorme di informazioni. Quando lo si toglie, l'occhio è costretto a lavorare su altri assi: il contrasto, la texture, la direzione della luce, la geometria delle forme, il peso delle ombre. Ciò che resta è più astratto e, paradossalmente, spesso più intenso. Un ritratto in bianco e nero non descrive l'incarnato di un volto: descrive la tensione, l'età, la stanchezza o la grazia.

In un’estate lavorai da un fotografo e mi occupavo anche delle foto tessere all’epoca in bianco e nero. Sui negativi aggiustavo un pochino i volti con una matita grassa, ma quel che colpiva era quella nitidezza che il colore spesso non rende.

Così un paesaggio ritratto in bianco e nero non è "quel posto, in quella stagione": è un sistema di masse e di luce con un suo fascino. C'è poi un effetto temporale. Il colore data un'immagine: le tinte di un film degli anni Settanta o di una foto degli anni Ottanta ci dicono subito "quando". Il bianco e nero, invece, tende a sottrarre l'immagine al calendario, così può sembrare contemporaneo e remoto nello stesso istante. Da qui nasce un'aura di essenzialità che il colore, più legato al quotidiano e al consumo, fatica a raggiungere.

Molti fotografi continuano a lavorare in bianco e nero perché la stampa o la post-produzione diventano un lavoro sul tono: quanto deve essere denso un nero, quanto deve "respirare" un grigio. È un mestiere più vicino alla scultura o al disegno che alla semplice registrazione del reale. Per questo certe immagini in bianco e nero non sembrano documenti, ma oggetti e certi professionisti del ramo sono bravissimi.

Il colore ha vinto perché è più vicino alla percezione ordinaria: è così che vediamo il mondo. Tuttavia, il bianco e nero resiste perché è più vicino a un'altra cosa: al modo in cui la mente seleziona e intensifica ciò che vede. Non è un residuo del passato, un ripiego superato dalla tecnica. Resta un linguaggio che ha smesso di essere obbligatorio in certi contesti tecnologici e proprio per questo, quando lo si sceglie, resta un modalità espressiva eloquente e ricercata.