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19 ott 2026

La democrazia non si difende minimizzando la violenza

di Luciano Caveri

Chi ha una certa età, come me, ricorda come gli anni di piombo non cominciarono con le pistole, ma con le parole: le giustificazioni, i distinguo, i "sì, però".

Nel periodo storico compreso tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, l'Italia fu il teatro di una doppia morsa eversiva: da un lato la violenza del terrorismo rosso, dall'altro la strategia della tensione legata all'eversione neofascista con il coinvolgimento di apparati deviati dello Stato.

Quando le Brigate Rosse (BR) e altre formazioni clandestine di sinistra (come i GAP di Giangiacomo Feltrinelli o i NAP) cominciarono le loro azioni con attentati incendiari, espropri e sequestri, parte dell'opinione pubblica e della sinistra politica e culturale manifestò una marcata cecità valutativa. Per diverso tempo, molti ambienti comunisti e dell'estrema Sinistra Extraparlamentare ritennero che le BR non fossero un reale fenomeno della Sinistra, bensì una finzione o una provocazione orchestrata da servizi segreti e neofascisti per screditare il movimento operaio.

Ricordo la formula "compagni che sbagliano": questa celebre espressione fu coniata negli ambienti della sinistra politica e intellettuale per descrivere i militanti della lotta armata. La sottostima cessò progressivamente di fronte all'escalation sanguinosa.

Parallelamente al terrorismo rosso, l'Italia affrontò un fenomeno eversivo differente e strutturale: la strategia della tensione. Termine coniato dalla stampa per descrivere il disegno di destabilizzare il quadro democratico mediante stragi indiscriminatrici e atti eversivi condotti da gruppi neofascisti, per favorire risposte autoritarie o conservatrici e persino golpiste. Un disegno con complicità negli apparati dello Stato “deviati” con l’aiuto di ambienti politici e servizi segreti esteri. L'Italia degli anni di piombo, insomma, si trovò stritolata tra due forze eversive distinte ma interconnesse nel loro impatto istituzionale:

Nonostante la gravità di questo attacco combinato, il sistema democratico costituzionale italiano riuscì a reagire. Ci ho ripensato guardando le piazze di ieri, pensando a come la democrazia sia una creatura fragile e lo dimostrano tanti scenari nel mondo intero.

Manifestare è un diritto, e in democrazia è sacrosanto. Ma chi convoca oggi un corteo sa, o dovrebbe sapere, che la piazza rischia di sfuggire di mano. Non è più un'eventualità: è una costante.

Sabato e andora ieri la Francia ne ha dato una prova plastica: tra 550 e 800 mila persone in strada contro la vita cara, poi saccheggi a Marsiglia, un municipio in fiamme a Limoges, circa 1.200 fermi. Nelle stesse ore l'Italia ha avuto il suo copione: sassi e bombe carta a Milano, una libreria vandalizzata a Torino, lacrimogeni a Bologna.

A Milano e a Torino, va detto, gli organizzatori avevano chiesto una piazza senza violenza e a scontrarsi con la polizia sono stati soprattutto giovanissimi delle periferie. Ma la buona fede non basta. Chi promuove una mobilitazione in un clima di rabbia sociale risponde anche di ciò che quel clima genera, e deve attrezzarsi: servizi d'ordine, percorsi concordati, dissociazione immediata e senza "se" e senza "ma". Come dicevo all’inizio, il terrorismo italiano, di destra e di sinistra, crebbe proprio su un terreno di sottovalutazioni.

E anche la storia più lontana ci ammonisce. Il fascismo si alimentò della paura seguita al biennio rosso: fabbriche occupate, scioperi, violenze di piazza spinsero ceti medi, agrari e industriali a tollerare le squadracce come argine. Mussolini non vinse le elezioni: fu chiamato al governo dal re, ma su quella paura aveva costruito il suo consenso. In Germania, nel crepuscolo della Repubblica di Weimar, tra crisi economica e scontri quotidiani nelle strade, Hitler arrivò al 37% nel 1932 e fu poi nominato cancelliere da un presidente convinto di poterlo controllare.

È il paradosso di ogni estremismo: si nutre del suo contrario. Chi oggi, a sinistra, per ingenuità, convenienza o ideologia, minimizza o giustifica i raid nelle piazze di Francia e d'Italia, finisce per fare un favore a chi, sul fronte opposto, aspetta solo di presentarsi come garante dell'ordine. Ogni vetrina in frantumi è un voto in più per chi promette sicurezza a qualunque prezzo.

Non è un paragone con il 1922 o il 1933: i contesti, le istituzioni e la violenza sono diversi. È una lezione sul meccanismo, che si ripete quando la paura prende il posto della ragione. Chi scende in piazza per cause che considera giuste non dovrebbe lasciare che siano i violenti a scrivere il titolo dei giornali. E chi minimizza, oggi, prepara i rimpianti di domani.