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20 ott 2026

Il nulla dietro la violenza

di Luciano Caveri

Torno sulle immagini delle ultime proteste in Italia e in Francia, che lasciano più sconcerto che indignazione. Non è la rabbia di chi assiste a uno scontro politico, ma lo smarrimento di chi non riconosce più ciò che vede. Vetrine sventrate, auto in fiamme, negozi saccheggiati, agenti presi a bersaglio con un armamentario che nulla ha a che vedere con un corteo. Scene da guerriglia urbana, non da manifestazione.

Scrivo Politica con la maiuscola, e lo faccio apposta. La Politica è confronto, conflitto regolato, rivendicazione che cerca interlocutori. Anche la protesta di piazza più dura, più radicale, più scomoda ha sempre avuto un limite implicito: chi scende in strada vuole essere ascoltato, non vuole annientare ciò che ha intorno. Quello che abbiamo visto in queste settimane è un'altra cosa. È qualcosa che con la Politica ha smesso di avere a che fare.

La sensazione è che pochi, assai determinati, abbiano preso in ostaggio tutti gli altri che protestano, le cui ragioni, talvolta legittime, sono scomparse dietro il fumo. Hanno preso in ostaggio anche i commercianti, i residenti, le forze dell'ordine. Hanno preso in ostaggio l'idea stessa che la piazza possa essere uno spazio di democrazia.

Delinquenti e teppisti, verrebbe da dire, e in molti casi è semplicemente così: chi sfonda una vetrina per portarsi via una merce non sta protestando, sta rubando. Ma fermarsi a questa etichetta sarebbe comodo e insufficiente. Dietro quei gesti si intravede una povertà culturale profonda, l'assenza di qualsiasi lessico condiviso.

E si intravede, inutile girarci intorno, anche qualcosa di più scomodo: i segni di una mancata integrazione di frange di immigrati. In alcune di queste scene la tensione sembra assumere così i tratti di uno scontro etnico, di una contrapposizione tra pezzi di società e non va bene. È un tema delicato, e va maneggiato con cura per non scivolare nella generalizzazione. Ma ignorarlo sarebbe ipocrita. Una società che non riesce a trasformare chi arriva, o chi nasce, in cittadino a pieno titolo prepara il terreno a queste fratture.

Guardando tutto questo, mi è tornato in mente un termine che sembrava appartenere ai libri: nichilismo. Una parola antica, che oggi pare sorprendentemente attuale.

Il nichilismo ha una storia, e conviene ricordarla. Nella Russia dell'Ottocento, quella di Turgenev e di Padri e figli, il nichilista rifiutava le strutture tradizionali, la religione, l'autorità, in nome della ragione e dell'emancipazione. Era una distruzione con uno scopo: abbattere il vecchio per costruire il nuovo. Perfino nelle sue versioni più estreme, c'era un progetto, per quanto fanatico.

Poi arriva Nietzsche e il nichilismo cambia natura. Diventa il momento in cui i valori supremi si svuotano, in cui i "perché" che hanno dato senso alla vita collettiva, la fede, il progresso, le grandi ideologie, smettono di funzionare. Resta il vuoto. E davanti al vuoto, osserva Nietzsche, si può reagire in due modi: rassegnandosi, oppure distruggendo, cercando nell'abbattimento del presente l'unica forma di affermazione rimasta.

Nelle grandi stagioni di conflitto del Novecento, dal movimento operaio alle lotte studentesche del Sessantotto, la violenza, pur sempre condannabile, era quasi sempre strumentale. Si lottava contro un sistema per sostituirlo con un altro. C'era un'utopia, giusta o sbagliata, e la distruzione era un mezzo.

Nelle esplosioni di oggi sembra essersi consumata una mutazione. Quando manca la convinzione che esista un'alternativa praticabile, la protesta perde la sua dimensione progettuale e diventa puro gesto. Bruciare un'auto non serve a ottenere una riforma: è l'atto in cui l'azione si esaurisce. Il mezzo è diventato il fine.

A questo si aggiunge la spettacolarizzazione. Nell'epoca delle piattaforme digitali, mettere a ferro e fuoco un quartiere è un segnale identitario immediato, che non richiede manifesti, partiti o sindacati a mediare. Basta uno schermo. La violenza diventa performance e chi la compie la gira, la condivide, la rivendica come presenza nel mondo.

C'è poi un nodo più profondo, quello della cittadinanza percepita. In Francia, dove la rabbia delle periferie esplode a intervalli quasi regolari, e in Italia, nelle frange più estreme del disagio giovanile, la violenza esprime spesso un senso di estraneità dalle istituzioni. Chi non sente di contare nel processo democratico finisce per non sentire "proprio" nemmeno lo spazio pubblico. E si distrugge più facilmente e stoltamente ciò che non si sente come appartenente a sé.

Sarebbe tuttavia un errore usare la parola "nichilismo" come una scorciatoia. Chiamare nichilista una protesta violenta può essere un modo per liquidarla, per non interrogarsi su ciò che l'ha generata. E le cause non mancano: disuguaglianze crescenti, precariato strutturale, mancanza di canali efficaci attraverso cui il dissenso possa farsi ascoltare.

Da un lato c'è chi vede in questi fenomeni un nichilismo sterile, figlio di un individualismo senza freni e di una cultura civica ormai erosa, incapace di produrre qualsiasi avanzamento democratico. Dall'altro, c'è chi ricorda che dietro la distruzione ci sono condizioni materiali e sociali che nessuna condanna morale può cancellare. Hanno ragione entrambi, ciascuno per la parte di verità che custodisce.

Credo che la strada stia nel tenere insieme le due cose. La condanna della violenza deve essere netta, senza attenuanti e senza ambiguità: non esiste causa, per quanto giusta, che giustifichi saccheggi e devastazioni. Chi li compie va perseguito e chi protesta pacificamente va tutelato contro chi ne usurpa la piazza.

Ma la sola repressione non basta. Se il nichilismo è ciò che nasce quando il futuro appare precluso o incomprensibile, allora la risposta non può essere soltanto di ordine pubblico. Servono scuole che funzionino, lavoro che non sia precarietà perpetua, integrazione vera e non solo proclamata, istituzioni capaci di farsi sentire vicine.

Quando il futuro non c'è, il nichilismo smette di essere un concetto da biblioteca e diventa energia sociale distruttiva nelle strade delle nostre città. Sta a noi, prima che sia troppo tardi, restituire a quell’energia una direzione e a quei giovani - ammesso che non sia ormai troppo tardi - un motivo per costruire invece che distruggere.