I tabù della Storia

Non devono esistere tabù nella lettura della Storia passata. Se non altro per buonsenso, visto quanto osservava giustamente Miguel de Cervantes: "La storia è madre della verità, emula del tempo, depositaria delle azioni, testimone del passato, esempio e annuncio del presente, avvertimento per il futuro".
Per dire ecco tre casi riguardanti la Valle d'Aosta in cui va bene essere espliciti: chi esalta i tre Régiments des Socques in Valle d’Aosta (1799, 1801 e 1853) non può non rilevare che dietro certe insorgenze contadine (socques sono gli zoccoli ai piedi) esistevano elementi conservatori e retrivi; oppure non è insultare Emile Chanoux se si segnala la scarsa qualità e stridori di certe sue produzioni letterarie; neppure è lesa maesta segnalare – come ha fatto –Angelo d’Orsi, professore torinese – certe aderenze accademiche con il mondo fascista di Federico Chabod. E potrei fare altri esempi e non si tratta di revisionismo storico “scorretto” (tipo chi nega l’Olocausto o esalta i Borboni rappresentando i Savoia come affamatori di un Sud straricco), ma di prendere atto come è normale che ci siano nel tempo riletture che fanno chiarezza su alcuni elementi, rompendo anche elementi errati o che mutano con l’avanzare delle ricerche.
Leggevo perciò con curiosità un articolo di Francesca Gonzato su Alto Adige, che faceva la cronaca delle celebrazioni, con la presenza del Presidente della Provincia autonoma di Bolzano, Arno Kompatscher, riguardanti un mito della storia sudtirolese, Andreas Hofer, che fu comandante supremo della sollevazione dei tirolesi del 1809 contro i bavaresi e i francesi e venne fucilato a Mantova 207 anni fa. Scrive la giornalista: “Si può celebrare Andreas Hofer, cogliendone luci e ombre? Si può fare un passo avanti, senza passare per eretico della Heimat Kompatscher ha deciso che è arrivato il tempo. Hofer è il tirolese per eccellenza, nel suo amore per la propria terra e l’autogoverno. Ma è stato anche un conservatore di ferro, avversario delle idee illuministe. Si può seguire la tradizione, senza chiudersi al nuovo. Questo in sostanza il messaggio di Kompatscher”.
Segue un’intervista che trascrivo per il suo interesse, precisando che il Presidente quarantenne è assai discusso nella sua Provincia, anche perché ha avuto la difficile eredità da un caposaldo della politica sudtirolese del dopoguerra, quel Luis Durwalder - mio amico – che ha governato, con una presenza indelebile, dal 1989 al 2014.
Ha detto Kompatscher: «Ho voluto porre alcune domande, perché queste cerimonie non diventino un appuntamento solo formale, ripetitivo». E ha aggiunto alla giornalista: «Ogni anno noi sudtirolesi ci troviamo per ricordare la figura di Hofer. È naturale che la cerimonia assuma una cornice politica. E allora ho posto una serie di domande, che ritengo importanti. Perché ricordiamo ogni anno Hofer? Per il suo atteggiamento di chiusura verso il nuovo, verso le idee illuministe? Non credo. Lo ricordiamo, dovremmo ricordarlo, perché incarna un atteggiamento tipicamente tirolese di rifiuto delle imposizioni dall’alto, il non voler subire ciò che viene deciso altrove. Dal 1511 i tirolesi hanno espresso un bisogno di autogoverno, chiamiamolo così. “Pensiamo noi al nostro territorio”. La nostra visione è ancora questa. L’autogoverno». Poi un passaggio in cui mi riconosco: «Rinchiudersi come se fossimo chiocciole che si portano al seguito la propria casa non va bene. Nella chiusura non c’è libertà. Dobbiamo essere radicati nella tradizione e aperti verso il nuovo. Mi piace uno sguardo europeo. Ripeto, se ci si rifugia nel proprio guscio non c'è nessuna libertà. Per questo motivo pur restando fedeli alle nostre radici e alle nostre tradizioni, vogliamo essere consapevolmente aperti e tolleranti».
C’è il rischio infatti di masticare sempre gli stessi temi e gli stessi argomenti e che il mondo autonomista sia sempre visto come qualcosa di vintage e certi discorsi siano null’altro che una sorta di film in bianco e nero di cui venga fatto il remake a colori. Ognuno, invece, dev’essere figlio del proprio tempo e far finta invece che sia tutto fermo e immobile rischia di fare di certa politica una sorta di visione folkloristica e museale. Invece – vivaddio! – siamo vivi e vegeti e compartecipiamo ai cambiamenti epocali, senza doverci far travolgere perché considerati anacronistici e inerti in una difesa passatista di quanto, invece, si modifica sotto i nostri occhi. Spetta a chi vive la contemporaneità cavalcare le sfide e non subirle.

Sindrome di Stoccolma o di Brusson?

Francesco Gabbani al 'Festival di Sanremo'E' un modo di dire che ha ormai superato l'ambito scientifico: penso infatti che tutti più o meno sappiano cosa sia la "Sindrome di Stoccolma". La definizione nasce da un fatto di cronaca verificatosi in Svezia il 23 agosto del 1973. La mattina di quel giorno, infatti, due rapinatori entrarono in una Banca di Stoccolma e presero in ostaggio quattro impiegati per cinque giorni. Furono momenti di grande tensione, in cui, mentre la Polizia trattava il rilascio, gli ostaggi e i due malviventi instaurarono un rapporto affettivo sino al punto da familiarizzare moltissimo. Il sentimento d'affetto divenne tale che, alla conclusione della strana vicenda, gli impiegati sequestrati andarono più volte in carcere a far visita ai sequestratori. Una di loro si spinse sino al divorzio dal proprio marito per sposarsi con uno dei due malviventi.
Varie sono state le spiegazioni date a questo fenomeno. Alcuni autori ritengono che questo legame derivi dallo stato di dipendenza concreta che si sviluppa fra il rapito ed i suoi rapitori, visto che sono loro a controllare cibo, aria, acqua e sopravvivenza, elementi essenziali, che giustificherebbero la gratitudine e la riconoscenza che gli ostaggi manifestano nei confronti dei loro carcerieri. Altri autori, la maggioranza a dire il vero, affronta invece il fenomeno da un punto di vista più tipicamente psicoanalitico: in generale, si potrebbe affermare - come ho letto sul Web - che l'Io, nel tentativo di trovare un equilibrio fra le richieste istintive dell'Es ed una realtà angosciosa, non può far altro che mettere in atto meccanismi difensivi. Per dirla più semplice: la "Sindrome di Stoccolma" si manifesta soprattutto quando la vittima percepisce che la sua sopravvivenza è legata al sequestratore.
Ci riflettevo di fronte al recente Congrès dell'Union Valdôtaine, dove - a parte un documento finale lungo e ponderoso, ma sostanzialmente scritto per far finta che tutto funzioni a meraviglia in Valle d'Aosta - uno degli espedienti retorici e psicologici è stato quello ormai polveroso di pigliarsela con i traditori che se ne sono andati dal Mouvement. Io l'ho fatto quattro anni fa e non ho seguito neppure chi, come l'Union Valdôtaine Progressiste, è tornato in maggioranza con l'UV ed in Giunta con Augusto Rollandin per poi scoprire - così mi pare che sia andata - che nulla era cambiato in metodi e comportamenti. Che è esattamente quel che io avevo detto sarebbe successo, ma si vede che non avevo capito, per mia colpa, astute strategie politiche in corso.
Ma questa è una digressione: quel che conta è che questa ricerca da parte di esponenti unionisti della gogna per chi, in tempi diversi, ha espresso dissenso, non nasconde la realtà. Ad essere coerente è chi se n'è andato non accettando lo svuotamento progressivo di ideali e principi alla base dell'esistenza stessa dell'Union, che è stata presa in ostaggio da Augusto Rollandin, che ne ha fatto un partito personalista, piegato alla sua concezione del potere e all'uso delle Istituzioni per i propri disegni. E' questa una constatazione politica e non un astio personale, che non servirebbe a nulla, se non a rodersi il fegato.
Per cui quel che appare tristissimo è la consapevolezza, al di là del "cerchio magico", come si dice oggi dei piccoli gruppi che attorniano un Capo assoluto, di quante persone ci siano ancora che in buona fede si fidano ciecamente del leader maximo e finiscano per essere vittime di quella che - valdostanizzando la "Sindrome di Stoccolma" - potremmo chiamare la "Sindrome di Brusson".
Per capirci: c'è chi non muove neppure un sopracciglio, malgrado tutto indichi che il sistema costruito scricchioli sinistramente per problemi interni e spinte esterne e lo schianto sarà scioccante. In più si avvicina la fine di un periodico storico sia per le regole elettorali che limitano i mandati presidenziali sia per logiche anagrafiche. Comunque e per quanto ci siano queste evidenze, restano in tanti - magari anche consci di certe puzze di bruciato - lì indefessi e «avvinti come l'edera», come cantava Nilla Pizzi nel 1958 al "Festival di Sanremo". La canzone "L'edera", pianta della passione nella mitologia greca, la potremmo proprio usare come simbolo di questa situazione che stupisce ancora per la sua persistenza. Vedremo cosa capiterà e se un giorno si scoprirà che gli "eretici", me compreso, avevano ragione.
Tornando alle metafore musicali forse, con ironia, a dipingere la situazione è il brano vincente del Festival sanremese di quest'anno, "Occidentali's karma", cantato da Francesco Gabbani:
«L’intelligenza è démodé
risposte facili, dilemmi inutili
AAA cercasi (cerca sì)
storie dal gran finale
sperasi (spera sì)
comunque vada panta rei
and singing in the rain»
.

Le responsabilità sul Casinò che affonda

Vivien Leigh nel ruolo Rossella O'HaraCi vorrebbe la penna brillante di un Alexandre Dumas per raccontare la triste discesa agli inferi del "Casino de la Vallée" di Saint-Vincent, oggi malato terminale per via dell'insipienza e dell'ormai accertata responsabilità (Toh! Proprio la parola forte "responsabilité" usata ieri al Congresso dell'Union Valdôtaine...) di chi diceva di occuparsene con piglio risolutore. Invece, di danno in danno, questo è diventato il bubbone più purulento, sintomo del fallimento di certa politica arrogante ma mediocre nel persistente - musica per le orecchie per chi ne è suddito - «faso tuto mi».

Un suicidio di cui parlare

I funerali di 'Gio'Sono giorni che volevo scriverne, perché il fatto di cronaca mi ha molto impressionato ed addolorato, avendo due figli poco più grandi che per fortuna hanno già attraversato gli anni più delicati dell'adolescenza, ma poi non trovavo le parole giuste. Oggi ce la faccio. E parto da chi sui fatti ha il coraggio di fare autocritica in un mondo nel quale in troppi, pur di non assumersi le loro responsabilità, si arrampicano sugli specchi.
«Potendo tornare indietro, avrei rifatto quel blitz? Umanamente, dico di no. Col senno di poi immaginerei sicuramente un intervento diverso, con un supporto psicologico presente in casa. Penserei a una soluzione alternativa, ci sto ragionando tutti i giorni. Conoscendo l’esito tragico di quel servizio, adesso dico che era meglio non farlo», sono le valutazioni del Generale Renzo Nisi, Comandante provinciale della Guardia di finanza di Genova, che quella perquisizione l'ha gestita.

La morte sulla cascata di ghiaccio

La cascata di ghiaccio 'Bonne année' a Gressoney-Saint-JeanPer alcuni anni, poco più che ventenne, sono stato un cronista d'assalto e questo in Valle d'Aosta ha significato seguire da vicino molti incidenti in montagna per realizzare reportage. Ho visto, spesso raggiungendo il luogo della sciagura con l'elicottero, vicende umane che mi hanno colpito profondamente: un padre morto, ma il figlio si salvò, nella tenda colpita da una valanga sotto una parete sul Monte Bianco; una moglie che accarezzava il viso del marito ucciso sotto un piccolo strato di neve crostosa alle Cime Bianche; i corpi nel sacco dei cadaveri di parecchi giovani caduti sul Rosa per il distacco di una cornice di ghiaccio; ho seguito le ricerche spasmodiche di un gruppo di persone seppellite da una valanga a Pila. Sono flash che arrivano dal passato, che ricordano come anche il giornalista più scafato abbia il diritto di commuoversi e soprattutto il dovere di trattare certi fatti con delicatezza e rispetto.

Dal fondo al pozzo guardare la luce

Un lato di Palazzo regionaleOgni tanto mi prende una profonda malinconia a vedere la situazione della Valle d'Aosta, che ormai ha virato da uno stallo pericoloso ad un precipitare sempre più rapido verso il basso, premessa ad un possibile crash. In gioco - lo dico subito - c'è la circostanza che, scampata la Riforma costituzionale renziana (premessa alla fine delle Autonomie speciali, malgrado formule di salvaguardia che erano di cartapesta), un giorno verrà il redde rationem per le Specialità che non tengono il passo.
Capisco che il rischio è quello di sentirsi dire per certe critiche che si tratta di immotivati rimpianti del passato o persino di una forma di ripicca personale perché non sono più in prima linea, ma corro volentieri il rischio.

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