Le discoteche

La pista vuota di una discoteca...Ci sono fenomeni di costume che mi sfuggono e di cui bisognerebbe scavare le ragioni più profonde. Ogni epoca ha i suoi cambiamenti ed a questo ci si deve attenere.
Leggo in questi giorni di due proteste dei gestori delle discoteche. La prima è una reazione al solito e lugubre ministro della Sanità, Roberto Speranza, che supportato dagli scienziati ha messo in coda alle aperture i locali da ballo e c'è stato anche un momento in cui ne avevano proposto la riapertura senza poter ballare. Come aprire un ristorante senza consentire di mangiare...
La seconda reazione riguarda il fatto che si finisce per ballare in locali improvvisati, tipo bar, magari alla fine di quegli ormai interminabili "apericena" (la "merenda sinoira" piemontese ne fu la precorritrice!) e questo scandalizza le discoteche che ritengono si tratti di una concorrenza sleale.
Ora, al di là della emergenza pandemica e delle sue regole, quel che stupisce sta proprio nella crisi profonda della discoteca come divertimento di massa. Se penso alla mia giovinezza, che forse era in un arco temporale inferiore al concetto ormai usuale di giovane che si avvicina pericolosamente ai quarant'anni, ho una ricca e dettagliata mappa mentale delle discoteche in Valle d'Aosta e di laddove andavo in vacanza.
Per entrare in discoteca (all'epoca era a quattordici anni l'età consentita) ero pronto a tutto, perché era quello il divertimento serale per eccellenza. Per bere alcolici credo ci volessero sedici anni, ma i controlli erano tenui e dunque si procedeva più per consuetudini che per legge, secondo il buon cuore prima del buttafuori o della cassiera per entrare e poi del barman per "consumare".
Ma era il ballo a fare la differenza e non il "liscio" nel mio caso, ma quelli che chiamavamo "shake", che erano la quintessenza della libertà di... scuotimento. Ancora oggi se mi tocca ballare sono fermo lì con grande sfottò di certe movenze vintage di cui per altro vado fiero o forse non so fare di meglio. Così come sono irrimediabilmente fermo su quella categoria dello spirito che erano i "lenti", caposaldo di educazione sentimentale e di sconvolgimenti ormonali. Ho scolpite nella memoria piste da ballo, appostamenti al bar, sorrisi ed ammiccamenti e pure qualche indicibile tristezza quando le cose con la morosa non andavano bene. Sono questi i ricordi della vita che strappano di più il sorriso.
Ora tutto questo mondo discotecaro è diventato minoritario e le forme di approccio e di divertimento si stanno trasformando e pare inutile indulgere a nostalgie ed a rimpianti del passato. E' patetico il tentativo, che io stesso ogni tanto interpreto, di spiegare, da vero "laudator temporis acti", quanto ci si divertisse di più un tempo rispetto all'oggi.
Ma quella era la mia giovinezza e tutto appare nel ricordo giustamente colorato in modo sgargiante.

Fra buonismo e cattivismo

Il secchio con latte tra le ginocchia durante la mungitura a manoPrendiamo i due estremi. Il primo è il «buonismo»: "Ostentazione di buoni sentimenti, di tolleranza e benevolenza verso gli avversari, o nei riguardi di un avversario, specialmente da parte di un uomo politico; è termine di recente introduzione ma di larga diffusione nel linguaggio giornalistico, per lo più con riferimento a determinati personaggi della vita politica".
Il secondo è il «cattivismo»: "Nel linguaggio giornalistico, atteggiamento di chi, rifiutando per principio ogni ipotesi di mediazione, mira a tenere alto il livello dello scontro politico e ad alimentare i contrasti sociali".
Non per bontà, ma per buonsenso meglio situarsi al centro, leggermente spostati verso l'area del buonismo, a condizione che non faccia venire «il latte alle ginocchia», situazione che diventa stancante.

Lingue tagliate

Michel Feltin-PalasAvevo detto a tutti quanti che temevo che sarebbe stata un fuoco di paglia la decisione del Parlamento francese di avere finalmente una legge dedicata alle lingue regionali o, come si dice, alle lingue minoritarie. Quelle che Sergio Salvi, in un suo celebre saggio del 1975, chiamava nel caso italiano le "lingue tagliate". Ci vorranno da allora altri 24 anni affinché l'Italia si dotasse finalmente della legge di tutela delle minoranze linguistiche storiche applicativa dell'articolo 6 della Costituzione ("La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche"). E sarebbe ora di rimetterci mano, perché molte cose non hanno funzionato come si sperava.
Ma dicevamo della Francia. In un lucido editoriale su "L'Express" scritto da Michel Feltin-Palas spiega i fatti e conferma quel mio pessimismo: «Dans le domaine linguistique, la France a longtemps joué franc jeu. "Il faut anéantir les patois!" ordonnait par exemple l'abbé Grégoire en 1794».

Impasse sui vaccini

Un momento della vaccinazioneLa pandemia è stata - e speriamo non lo sarà più - fonte di sofferenza e di molte crisi concatenate. Personalmente l'ho vissuta in un crescendo di consapevolezza di quanto di rischioso si manifestasse. All'inizio dello scorso anno, quando il virus appariva come un'entità ancora distante, mi misi a condurre per la radio di "Rai Vd'A" una trasmissione settimanale di un'ora per seguire l'evoluzione della malattia in Valle d'Aosta con qualche periodica riflessione sul resto d'Europa.
Credo che, se dovessi riascoltarla oggi già storicizzata, darebbe conto soprattutto di come la preoccupazione montasse, fra alti e bassi, e di come mutasse in profondità la nostra vita quotidiana con spazi di libertà sempre più angusti. Lo sconcerto, già allora, nella ricerca degli interlocutori da intervistare, era come quanto si susseguiva fosse avvolto da molte incertezza sulle risposte da dare di fronte ad una pericolosità evidente e sempre più diffusa. Per altro questo programma radiofonico si accompagnava alla crescita, attorno a me come per tutti, del numero di persone colpite nella cerchia familiare e delle amicizie e da un martellamento - che questo stesso mio blog in quei mesi, se riletto, testimonia - dell'opprimente incremento di un'ondata mediatica ossessiva sul tema che cancellava ogni altra cosa.

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